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di sopra di tutte le altre solennità celebrava con
ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava
festa delle feste il giorno in
cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno
umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra
infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel
cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla
maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un
favo di miele in bocca (Cfr Pr 16,24). Un giorno i frati discutevano
assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne,
dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì.
Francesco rispose a frate Morico: «Tu pecchi, fratello,
a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per
noi il Bambino (Cfr Is 9,5). Voglio che in un giorno come
questo anche i muri mangino carne, e se questo non è
possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno.
Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero
saziati dai ricchi (1Sam 2,5), e che i buoi e gli asini ricevessero
una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito.
«Se potrò parlare all’imperatore –
diceva – lo supplicherò di emanare un editto
generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità,
debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché
in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente
le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza». Non poteva
ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata
in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era
seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà
della beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo Figlio.
Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi
di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il
resto del pane sulla nuda terra. Per questo chiamava la povertà
virtù regale, perché rifulse con tanto splendore
nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo
gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona
più amica a Cristo: «Sappiate – rispose,
quasi aprendo il segreto del suo cuore – che la povertà
è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è
molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto».
Leggenda Perugina
Le sorelle allodole (FF 1669)
Il sabato sera, dopo i vespri, prima che cadesse
la notte, Francesco migrò al Signore, e uno stormo
di allodole prese a volare a bassa quota sopra il tetto della
casa dove giaceva il Santo, e volando giravano in cerchio
cantando. Noi che siamo vissuti con Francesco e che abbiamo
scritto questi ricordi, attestiamo di averlo sentito dire
a più riprese: «Se avrò occasione di parlare
con l’imperatore, lo supplicherò che per amore
di Dio e per istanza mia emani un editto, al fine che nessuno
catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno. E inoltre,
che tutti i podestà delle città e i signori
dei castelli e dei villaggi siano tenuti ogni anno, il giorno
della Natività del Signore, a incitare la gente che
getti frumento e altre granaglie sulle strade, fuori delle
città e dei paesi, in modo che in un giorno tanto solenne
gli uccelli, soprattutto le allodole, abbiano di che mangiare.
Dia ordine inoltre l’imperatore, per riverenza al Figlio
di Dio, posto a giacere quella notte dalla beata Vergine Maria
nella mangiatoia tra il bove e l’asino, che a Natale
si dia da mangiare in abbondanza ai fratelli buoi e asinelli.
E ancora, in quella festività, i poveri vengano ben
provvisti di cibo dai benestanti». Francesco aveva per
il Natale del Signore più devozione che per qualunque
altra festività dell’anno. Invero, benché
il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità,
diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli
si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano
esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato
a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo
con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli. Diceva
ancora dell’allodola: «La sorella allodola ha
il cappuccio come i religiosi. Ed è un umile uccello
che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco. Se
anche lo trova nel letame, lo tira fuori e lo mangia. E volando
loda il Signore, proprio come i buoni religiosi che, avendo
in spregio le cose mondane, vivono già in cielo. La
veste dell’allodola, il suo piumaggio cioè, è
color terra. Così essa dà esempio ai religiosi
a non cercare abiti eleganti e fini, ma di tinta smorta, come
la terra». Mirando questi pregi nelle sorelle allodole,
Francesco le amava molto e le guardava con gioia.
Specchio di perfezione FF 1814
Come voleva persuadere l’Imperatore a emanare un editto
decretante.
CHE, NEL NATALE DEL SIGNORE, GLI UOMINI PROVVEDESSERO GENEROSAMENTE
AGLI UCCELLI, AL BUE E ALL’ASINO,
E AI POVERI
Noi che siamo vissuti con Francesco e abbiamo
scritto questi ricordi, siamo testimoni di averlo sentito
dire molte volte: «Se potessi parlare con l’imperatore,
lo supplicherei e convincerei a fare, per amore di Dio e di
me, una legge speciale: che nessun uomo catturi o uccida le
sorelle allodole o faccia loro alcun male. E inoltre che tutti
i podestà delle città e i signori dei castelli
e villaggi siano obbligati ogni anno, nel giorno di Natale
, a comandare alla gente di gettare frumento e altri cereali
per le strade, fuori delle città e dei castelli, affinché
le sorelle allodole e gli altri uccelli abbiano da mangiare
in un giorno tanto solenne. E per reverenza verso il Figlio
di Dio, che quella notte la vergine Maria depose in una greppia
tra il bue e l’asino, chiunque abbia bue e asino sia
obbligato a fornire loro generosamente delle buone biade.
Così pure, che quel giorno tutti i poveri abbiano in
dono dai ricchi copiose ottime vivande». Francesco aveva
maggior reverenza per il Natale che per le altre festività.
Diceva: «Dopo che il Signore nacque per noi, cominciò
la nostra salvezza». Voleva perciò che quel giorno
ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, che
ci donò se stesso, tutti provvedessero largamente non
solo ai poveri, ma anche agli animali e agli uccelli.
Vita prima di San Francesco d’Assisi
di Tommaso da Celano (FF 468-471).
Il presepe di Greccio
A questo proposito è degno di perenne
memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò
tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno
del Natale del Signore. C’era in quella contrada un
uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore,
ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo
nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più
la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa
due settimane prima della festa della Natività, il
beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé
e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale
di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei
rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo
vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è
trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato,
come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra
il bue e l’asinello». Appena l’ebbe ascoltato,
il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare
nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno
esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza!
Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie
parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della
regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità,
ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese
splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i
giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto
è predisposto secondo il suo desiderio, ed è
raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone
il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella
scena commovente risplende la semplicità evangelica,
si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà.
Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa
notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini
e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio
mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona
di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati
cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un
sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di
fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di
gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia
sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata
prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché
era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella
voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri
di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca
il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme.
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato
di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme»,
e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi
la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo
un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino
di Betlemme» o «Gesù», passava la
lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la
dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza
i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso,
ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia
privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina
e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la
visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per
i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato
nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il
ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro
memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò
a casa sua pieno di ineffabile gioia.
Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato,
perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella
sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è
avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali,
colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono
da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un
parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel
fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi
uomini e donne hanno ritrovato la salute. Oggi quel luogo
è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio
è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad
onore di san Francesco, affinché là dove un
tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini
possano mangiare, come nutrimento dell’anima e santificazione
del corpo, la carne dell’Agnello immacolato e incontaminato,
Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito
ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito
Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei
secoli. Amen.
VESPRO DI NATALE (FF 303)
Antifona: Santa Maria Vergine.
Salmo
Esultate in Dio, nostro alleato; dite la vostra
gioia al Signore, Dio vivo e vero, in canto di esultanza (Sal
80,2; 46,2). Poiché il Signore è grande, è
terribile: è Re potente su tutta la terra (Sal 46,3).
Poiché il Padre che è nei cieli, nostro Re dall’eternità,
ha mandato dall’alto il diletto Figlio suo: che nacque
dalla beata Vergine Maria (Sal 73,12; Cfr. Gv 4,9; Credo).
Egli mi invocherà: «Il Padre mio sei tu».
Ed io esalterò il mio Primogenito sopra tutti i re
della terra (Sal 88,27-28). In quel giorno Dio ha fatto scendere
la sua misericordia, durante la notte si è udito il
suo cantico (Sal 41,9). Questo è un giorno che ha fatto
il Signore: esultiamo e rallegriamoci in esso (Sal 117,24).
Perché il santissimo bambino che amiamo ci è
stato dato, e per noi è nato, lungo la via e deposto
in una mangiatoia, perché non c’era posto in
albergo (Is 9,6; Lc 2,7). Gloria a Dio nel vertice dei cieli;
pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14).Si
allietino i cieli, esulti la terra, si commuova la distesa
immensa dei mari: godano i campi e quanto in essi vive (Sal
95,11-12). Cantategli un inno mai prima udito; canti al Signore
tutta la terra (Sal 95,1). Perché grande è il
Signore, e degno di ogni lode: terribile più che ogni
altro dio (Sal 95,4). Date gloria e onore al Signore, o patrie
di tutte le genti: date gloria al nome del Signore (Sal 95,7).
Offritegli le vostre vite e portate la sua santa croce: e
adempite fino in fondo i suoi santi comandamenti (Rm 12,1;
Lc 14,27).
Questo salmo si recita dal Natale fino all’ottava
dell’Epifania a ciascun’ora.